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Ipotesi sui veneti

I Veneti



VENETKENS
(genti venete)
di Arne Saknussemm



Per quanto riguarda Atlantide, vi sono varie teorie, nessuna delle quali dimostrata. Una delle più accreditate attualmente è che Platone, basandosi su confusi ricordi ancora presenti in Egitto ai suoi tempi, abbia ricostruito fantasiosamente una vicenda che in realtà riguardò una violentissima esplosione del vulcano dell'isola di Thera/Santorini avvenuta parecchi secoli prima di Cristo (la data di questo cataclisma non me la ricordo, dovrei controllarla). Nota che Santorini si trova nel mare Egeo e non nell'Atlantico.
Pochi anni fa ho riletto con attenzione il testo platonico su Atlantide e non sono riuscito a trovare una traccia che conduca a un luogo e ad una civiltà precisi. Del resto non ci sono riusciti neppure studiosi molto più ferrati di me e quindi… sono scusato.
Per quanto riguarda i Veneti ho appreso con piacere l'esistenza della Venedotia, mentre altre notizie storiche le conoscevo già. Fra l'altro, l'estate scorsa durante le vacanze mi sono fermato per qualche ora proprio a Vannes/Gwened, dove mi è parso di poter rilevare un certo orgoglio "venetista". Torna però il solito problema: i diversi Veneti sparsi per l'Europa antica appartenevano effettivamente allo stesso popolo che si era disperso ai quattro venti, spingendosi forse anche in Asia? La cosa non si può affatto escludere.
Infine una parte del testo trasmessomi contiene un guazzabuglio di storia e mito mescolati a formare suggestive ipotesi prive per adesso di qualsiasi riscontro. In particolare il voler far derivare popoli antichi dagli atlantidi mi sembra un classico esempio di forzatura interpretativa come se ne riscontrano anche nell'esoterismo, nella criptozoologia etc.
Confesso che i miti e le loro rivisitazioni fantasiose, le interpretazioni suggestive ma senza prove esercitano un certo fascino anche su di me, ma la ragione poi interviene per mettermi in guardia dal pericolo di scambiare per scientifico quello che non lo è. Diamo pure spazio alla fantasia, ma all'interno dei suoi ambiti (letterario, artistico, ludico, amoroso…).
Un'ultima cosa: mi piacerebbe sapere da quale libro sono tratte le pagine che mi hai inviato.
Un cordiale saluto, viva San Marco.
A.S.



(…) - Si tratta certo del ricordo di lontane catastrofi, senza dubbio quelle di cui parla Ammiano Marcellino a proposito degli
insulari stranieri venuti di là dai mari che avrebbero contribuito al popolamento della Gallia. In effetti, per Marcellino, la Gallia è una sorta di guazzabuglio che designa l'insieme dei paesi celtici. Ma allora, come conciliare questa informazione - che Ammiano Marcellino riferisce rifacendosi a Timagene - con il fatto che i Celti sono incontestabilmente venuti dall'Europa centrale?
Una prima risposta è che, essendo i Celti poco numerosi, esiste nei paesi celtici una forte percentuale, per non dire una maggioranza, di autoctoni prima sottomessi, poi assimilati. Una seconda risposta pone in effetti un nuovo problema, quello dei Veneti.
Ecco come Cesare descrive i Veneti:
"Questo popolo è di gran lunga il più potente di questa costa marittima. E' quello che possiede il maggior numero di navi, e la sua flotta sviluppa il commercio con l'isola di Bretagna. E' superiore agli altri per la sua scienza e per la sua esperienza nella navigazione. Infine, siccome il mare è violento e batte liberamente una costa sulla quale vi sono soltanto alcuni porti, che essi controllano, quasi tutti coloro che navigano abitualmente in queste acque sono loro tributari" (II, 8)
E' tutto molto preciso. Questi Veneti che occupano la costa sud dell'Armorica, pressappoco tra la Vilaine e l'Odet, sono i padroni della navigazione nell'Atlantico, ma anche nella Manica, poiché sviluppano linee commerciali con l'isola di Bretagna. Ecco, in ogni caso, contraddetta l'affermazione che i Celti siano abitanti della terraferma. Oppure, bisogna arguirne che i popoli Celti erano felicissimi che i Veneti si occupassero della navigazione in loro vece. E, in questo caso, ciò proverebbe che i Veneti non erano dei Celti, ma delle popolazioni allogene celtizzate.
Quel che complica i dati del problema, è che si hanno dei Veneti altrove, e che sono, guarda la combinazione, abili navigatori: sono i Veneti dell'Adriatico, altrimenti chiamati veneziani. Al loro riguardo, lo storico greco Polibio dice:

"Questa antica nazione non si distingue molto dalle altre popolazioni galliche per le usanze e i costumi, ma parla una lingua differente" (II, 17).

Ma Strabone è più affermativo:

"Sarei molto portato a credere che i Veneti dell'Adriatico siano una colonia dei Veneti dell'oceano" (IV, 4)
Per di più, non si può non accostare il nome dei Veneti con quello del nord-ovest del Galles, Venedotia, divenuto Gwynedd in gallese. Come per combinazione, sono Bretoni venuti per la maggior parte dal nord del Galles che sono emigrati nel VI° e VII° secolo, verso l'antico paese dei Veneti, formandovi il Browaroc'h, altrimenti detto Vannetais (Vannes). Orbene, il Gwynned è stato un forte regno, in permanente contatto con l'Irlanda, e che ha subito, così almeno sembra, un'influenza gaelica che certi racconti mitologici gallesi tenderebbero a provare, ciò che d'altronde non esclude un'influenza gallese di Gwynedd sugli Irlandesi. E in questo caso, cosa pensare degli strani rapporti di collaborazione guerriera dei Fiana d'Irlanda, il cui re è Finn.
Il nome di Finn e quello dei Fiana hanno in effetti la stessa radice di Gwynedd, Venedotia, Veneti. Il nome dei Veneti, che ha dato l'italiano Venezia, il francese Vannes, ( e Vénètes, Veneti per ricostruzione) e il bretone-armoricano Gwened, proviene in effetti da un antico celtico vindo che ha il significato di "bianco, bello, biondo, sacro, di buona razza" E' noto che il bianco è il colore sacerdotale riservato ai druidi, in quanto personaggi "sacri".
Ma chi sono questi Veneti, e da dove vengono?
La domanda è posta. E' impossibile rispondervi. Ma ci si può abbandonare ad una ipotesi, e ciò con tutte le possibili riserve.
Il punto di partenza è l'Atlantide di cui parla Platone nel Crizia e nei frammenti del Timeo che hanno potuto essere conservati. L'Atlantide sarebbe stata un'isola situata al di là delle Colonne d'Ercole, popolata da abitanti pervenuti ad un alto livello di civiltà, ma di carattere essenzialmente marittimo, e che veneravano soprattutto una divinità assimilata a Poseidone. A seguito di una catastrofe, nel momento in cui gli Atlantidi si preparavano a conquistare il bacino del Mediterraneo, 9500 anni prima della nostra èra, l'isola sarebbe scomparsa "in una sola notte fatale", mentre terremoti e maremoti avrebbero devastato l'Europa e le coste del Mediterraneo. Se si colloca la data della catastrofe alla fine dell'Età del Bronzo, vale a dire tra il IX° o l'VIII° secolo, la cosa non è affatto impossibile. Ciò corroborerebbe anche quanto dice Ammiano Marcellino in base a Timagene, a proposito di certe componenti dei popoli Celti, venute da isole lontane e cacciate dai loro paesi a causa delle inondazioni.
Ma la mitologia celtica è ricca di avvenimenti di questo genere. E tutti gli invasori dell'Irlanda sono venuti di là dal mare, il che è logico. Per di più, il racconto di Platone è sospetto, e ci si può domandare se egli non abbia inventato l'Atlantide per illustrare le sue tesi sulla grandezza e la decadenza delle civiltà. Un particolare, nondimeno, fa riflettere: il riferimento al dio Poseidone, che è, lo ripetiamo, il signore del mare ed anche dei terremoti secondo la mitologia greca. La coincidenza è troppo significativa: o è voluta da Platone, oppure costituisce la testimonianza di una realtà superiore. Ma non possiamo saperlo. TORNA INDRIO
Se ammettiamo che Atlantide è davvero esistita, e che una catastrofe l'ha fatta scomparire, ciò che è ben lungi dall'essere impossibile quali che ne siano state le circostanze e la data esatta, dobbiamo ugualmente ammettere che vi sono stati dei superstiti di quella catastrofe, si trattasse anche soltanto di coloro che cominciarono, secondo Platone, ad invadere il bacino mediterraneo. E se l'isola Atlantide si trovava, secondo ogni verosimiglianza, nell'oceano Atlantico, niente vieta di pensare che un certo numero di sopravvissuti abbia potuto rifugiarsi sulle coste occidentali dell'Europa. E' là che ritroviamo i Veneti, che non sono dei Celti, e che sono degli abili navigatori e che ricostituiscono una specie d'impero marittimo. Giacché è probabile che, se questo popolo non fosse stato vinto e decimato da Cesare, avrebbe svolto un grande ruolo nell'evoluzione della Gallia. Il proconsole romano non si è sbagliato quando ha ingaggiato, nel 56 a.C., una lotta accanita contro di essi; egli sapeva che, colpendo i Veneti, smantellava la resistenza gallica di fronte all'occupazione romana.
Esiste anche un'informazione che merita tutta la nostra attenzione. Diodoro Siculo (IV, 56) riferisce che, secondo Timeo, il quale è vissuto dal 346 al 250 a.C., i Celti dell'Oceano adoravano i Dioscuri più di ogni altra divinità. E afferma che questo culto è venuto dall'Oceano. Bisogna proprio credergli. Non vi è, per così dire, alcuna traccia del culto dei Dioscuri in Gallia, salvo in alcune monete armoricane ad ovest della Loira, regione in cui si venerava il deus Vintius Pollux. Si noterà che Vintius si avvicina al nome dei Veneti: questo nome dovrebbe inizialmente indicare una divinità gallica del cavallo. Non dimentichiamo neppure che Pollux (Pollice) è, dei Dioscuri, quello che è mortale. Perché un culto rivolto a Pollice e non a Castore? Ad ogni modo, è noto che i Dioscuri erano invocati essenzialmente dai marinai, perché si riteneva che assicurassero la buona navigazione ed evitassero alle navi di perdersi nell'immensità del mare. Il culto dei Dioscuri, come quello di Poseidone, è caratteristico di un popolo di navigatori. Se si considera che il culto di Castore e Polluce, o di due divinità gemelle assimilate, provato intorno all'anno 300 prima della nostra èra sulla costa atlantica, ad ovest della Loira, è un culto marittimo, perché non concludere che si trattasse dei Veneti? Non si vede perché costoro, definiti da Cesare come i migliori navigatori dell'Atlantico, non avrebbero avuto un riguardo particolare per delle divinità marittime, o protettrici della navigazione. Se non ne possediamo alcuna prova, abbiamo tuttavia indizi molto forti in questo senso.
Si, ma Strabone afferma che questo culto veniva dall'Oceano. Una simile informazione pone più problemi di quanti non ne risolva. Rimanendo il tutto nel campo delle congetture, è comunque permesso andare più lontano.
I Veneti di Vannes, gli uomini di Gwynedd e i Fiana d'Irlanda, potrebbero forse essere i superstiti di Atlantide finiti sulle coste occidentali dell'Europa, e i Veneti dell'Adriatico i superstiti della spedizione di Atlantide nel Mediterraneo. Questa è soltanto un'ipotesi, una semplice ipotesi di lavoro. Si spiegherebbe così, da una parte il terrore che i Celti avevano del mare e le leggende del tipo della Città di Is, dall'altra il rituale di scongiuro segnalato da Aristotele e suggerito d'altronde da Strabone (VII, 2). Ma, in nessun caso, possiamo considerare i Celti come i discendenti degli Atlantidi - sempre che ve ne siano stati. Attualmente, certi autori, che si trincerano peraltro dietro Fabre D'Olivet ed Edouard Schuré, affermano perentoriamente che i Celti sono degli Atlantidi e che il druidismo rappresenta l'eredità dell'antica religione di Atlantide. Si tratta di un'assoluta contro-verità (41), rafforzata da una completa incomprensione degli elementi del problema (42). La storia, l'archeologia e la mitologia ci mostrano chiaramente che la civiltà celtica è articolata sulle strutture indo-europee di base. Questa è una certezza. Ma sarebbe altrettanto stupido trascurare gli apporti indigeni e d'altro genere che si rivelano nella civiltà celtica e nel druidismo. Ecco perché è possibile considerare delle ipotesi come quelle degli Atlantidi, ma soltanto a proposito dei Veneti, la cui esatta identità e la cui origine rimangono un mistero. Questo è tutto.
Ciò detto, vi è forse un ricordo di questo rituale dello scongiuro del mare in un poema gallese attribuito a Taliesin. Il riferimento è impreciso, ma si capisce che il re-mago Math, che è di Gwynedd, "aveva liberato gli elementi". Allora "la tempesta si scatenò per quattro notti nel pieno della bella stagione. Gli uomini cadevano, i boschi non erano più un riparo contro il vento d'alto mare". Ma, il mago Gwyddyon, anch'egli eroe dell'epopea di Gwynedd, personaggio che incarna assai bene il druidismo, al pari di Merlino, tiene consiglio con un certo Aeddon, che deve essere in realtà Amaethon, "l'Aratore", figlio di Don e fratello di Gwyddyon (tutti e due sono del resto nipoti di Math). Ed "essi fecero uno scudo di una tale potenza che il mare non poté inghiottire le migliori schiere". Tutto qui: il vento druidico, il potere druidico sugli elementi, la risposta druidica attuata da Gwyddyon, l'antagonismo tra lo zio materno Math, il cui nome è quello dell'orso, emblema regale, e suo nipote Gwyddyon la cui "scienza" è legata al legno, ed alla messa in opera dell'energia vegetale, la partecipazione di Amaethon, "l'Aratore". Ciò denota una opposizione tra abitanti della terraferma e marinai, e in un quadro che è quello di Gwynedd, vale a dire in un paese contraddistinto dai Veneti, i "Bianchi", i "Sacri". Rimarrebbe da sapere ciò che significa esattamente lo scudo fabbricato da Gwyddyon. Ma queste tracce del rituale ci immergono in un passato oscuro che, per il momento, non abbiamo la possibilità di chiarire maggiormente.

§§§

41. Ve ne sono ben altre. Un autore arriva sino ad affermare che il druidismo è dovuto agli extraterrestri, e ne approfitta per dire che io non ho capito niente del problema perché non avevo l'illuminazione. Preferisco non comprendere niente ed essere onesto. Tutte queste storie sono deliranti e si basano su analogie non verificabili, soprattutto su giochi di parole, rassomiglianze tra nomi appartenenti a diversi gruppi linguistici (Carnac e Karnak, per esempio), un disprezzo totale dei testi fondamentali, che sono conosciuti solo per sentito dire, e sempre secondo citazioni di terza e di quarta mano, il tutto caratterizzato da una sistematica mancanza di riferimenti e da un appello alla credulità pubblica. I profeti e i guru pullulano a proposito dei Celti e del druidismo. (Carnac è la località francese più volte citata nel testo; Karnac è una città dell'alto Egitto costruita sulle rovine di Tebe - N.d.C.)
42. Su un altro piano bisogna porre il problema di René Guenon che svolge il ruolo di Maitre a penser per numerosi sinceri spiritualisti. Ogni volta che Guenon fa riferimento ai Celti nella sua copiosa produzione, egli mescola tutto, e soprattutto accumula delle contro-verità derivate da una mancanza di informazioni. Ciò getta un certo discredito sugli altri aspetti della sua opera. Perché gli scrittori che fanno dell'esoterismo non citano mai le loro fonti? E' molto semplice: perché è un segreto ed essi non hanno il diritto di dirlo. Io so bene che questa è la corazza dell'esoterismo, ma vi sono comunque dei limiti da rispettare pena il cadere nell'abuso di fiducia.

Torno sul luogo del delitto (Atlantide, Santorini etc.) perchè questa mattina ho comprato, a prezzo salato, per la verità, il libro di F.Girault - Ph.Bouysse - J.-Ph.Rancon (scritto con la cediglia), "Vulcani", Istituto geografico De Agostini, 1999, che contiene anche notizie che interessano la questione di cui da giorno parliamo per e-mail.
Ti riporto qualche riga: Oggi è quasi certo che nel XVII secolo prima di Cristo sia avvenuta l'eruzione detta "minoica", una delle più importanti nella storia dell'umanità. Questo evento è stato per lungo tempo collocato nel XV secolo a.C., verso il 1470, ma recentemente, sulla base di nuove analisi cronologiche, è stata proposta la data del 1628 a.C. (op. cit., p. 157).
Nella pagina successiva si afferma che molti elementi si oppongono all'accostamento fra la distruzione di Atlantide e la violentissima esplosione del vulcano di Santorini (nel libro l'isola è chiamata Santorino, che è una variante dello stesso nome). E si aggiunge: Bisogna dunque vedere nel mito dell'Atlantide, come suggerisce il grande ellenista P.Vidal-Naquet, solo un "mito politico", costruito interamente da Platone, che ha utilizzato, qua e là, l'eco di alcuni fatti materiali avulsi dal loro quadro cronologico (distruzione cataclismatica di un'isola, ricordo di una brillante civiltà antica, mitici rapporti con l'Egitto...).
In effetti mi sembra che Atlantide, posta da Platone, oltre tutto, al di là delle Colonne d'Ercole, e più grande dell'Africa settentrionale e dell'Asia minore messe assieme, non possa essere identificata con Santorini. Probabilmente Platone ha lavorato abbondantemente di fantasia prendendo lo spunto da confusi ricordi di un passato ormai lontano nel tempo.


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