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Il Duello - I parte

I Cigni del Sole > La Dottrina Segreta del Duello


LA DOTTRINA SEGRETA DEL DUELLO
Prima parte
- Autore: Danilo Lazzarini "Leo" -

Parlando della ritualità insita nel duello degli antichi si corre il rischio di essere male interpretati perché filtrati dalle lenti create per generare e non aiutare i miopi "lungimiranti" della cultura attuale che tende nell'aspetto suo più mediocre, cioè quello chiamato comune buon senso, a sfornare giudizi poveri di contenuti perché mal digeriti e figli appunto di quella supponenza tipica di colui che in mezzo all'opulenza e convinto di essere opulento, o meglio, di colui che facendo le pulizie in una biblioteca è convinto di sapere tutto sul contenuto dei libri.
Se io vi dicessi che tutti i miei studi ed esperienze nel campo del duello mi hanno portato a dipingere un quadro di estrema religiosità cultuale e rituale, una sorta di cammino iniziatico e catartico dove l'eliminazione della parte mortale era lo scopo del duellante alla ricerca di ciò che di lui era immortale, aprirei senza un dubbio un contenzioso con i "di cui prima esposto" i quali mi risponderebbero che il duello non è altro che una forma primitiva di giustizia e di mal interpretato senso dell'onore.
Il fatto è che non tutti torti appartengono ad una simile visione del duello e simili contenuti, in effetti, sono quelli rimasti dopo l'epurazione di buona parte di quella spiritualità che sottolineava ed esaltava l'aspetto verticale di ogni azione dell'uomo, mantenendone solo l'aspetto orizzontale…
Onore è lealtà, se chirurgicamente estratti dal contesto spirituale dove dovrebbero agire, divengono soltanto ricettacoli di una massa che si fa via via più densa fino a diventare solo mero concetto, parola vuota fine a se stessa, superfici lucide che "riflettono riflessi"…riflesso di un riflesso.
Vediamo un po' che cosa si legge cliccando qua e là sul significato del duello:

- "Un duello è un tipo di combattimento formalizzato tra due persone. Nelle modalità in cui è stato praticato dal XV al XX secolo nelle società occidentali, un duello ricade sotto una precisa definizione: un combattimento consensuale e prestabilito, che scaturisce per la difesa dell'onore e della rispettabilità, tra due contendenti armati, dotati di armi uguali e di uguale potenzialità letale, svolto secondo regole accettate in modo esplicito o implicito, generalmente accompagnato da secondi (accompagnatori ai quali può essere consentito di prendere parte al combattimento), e in aperta contravvenzione della legge".

- Il duello ha luogo generalmente su richiesta di uno dei contendenti (lo sfidante) per vendicare un insulto di grave entità, e tale da ledere la rispettabilità di chi lo subisce. L'obiettivo del duello non è tanto uccidere l'avversario quanto ottenere soddisfazione, ovvero ristabilire l'onore e la rispettabilità dimostrando la ferma volontà di mettere in gioco la propria incolumità per esse."

La definizione è pertinente e, come si può leggere, emergono dei concetti che sulla carta appaiono degni di nota come onore e rispettabilità, ma essi sono immanenti ad un contesto culturale e quindi relativi alla società che li ha prodotti.
Si vuole dire che ogni concetto quando lo sì "Immanentizza", scardinandolo dalla trascendenza, diventa per necessità relativo al contesto dove tale concetto si applica:
Un Aristocratico avrà un concetto dell'onore e della rispettabilità diverso da un borghese, non più giusto o più sbagliato, semplicemente diverso, cosi come un finlandese da un Boscimano.
In fondo dove immanente significhi relativo, è evidente che la relazione che rende leggibile l'equazione appaia con forza e sia l'unica chiave di lettura dell'azione che si va compiendo.
In questa forma di duello è l'uomo che agendo come uomo chiede soddisfazione ad un altro uomo per azioni verbali e non esaurendo, in tale triangolo, tutto il campo d'azione della prova stessa.
Esaurita per il momento questa definizione facciamo un passo indietro e troviamo un'altra definizione che aprendo una porticina sul trascendente ci informa che non tutte le prove fisiche relative al duello si esauriscono così, come espresso nella prima;
Per alcune si sfiora anche quel qualcosa di religioso che è in fondo il motivo per cui io sto scrivendo.
Ordalia:
- Forma di divinazione, nota anche come 'giudizio di Dio', consistente in una prova fisica, di varia natura, attraverso la quale si invocava la divinità affinché manifestasse il proprio giudizio su una controversia di natura giuridica.
Nella scommessa di battaglia, il giudizio di Dio determinava il vincitore di un duello, mentre lo sconfitto poteva aver salva la vita soltanto se si dichiarava spergiuro, ossia ritrattava un falso giuramento. In Europa questo tipo di prova non è più praticato dalla metà del XIII secolo.

In questa spiegazione è contenuto il tentativo di rendere un giudizio da relativo ad assoluto mediante l'intervento del trascendente che uscendo dal campo dell'opinabile entra in quello dell'inopinabile ovverosia della verità.
La verità non può essere relativa essendo un concetto che si definisce apodittico, essa non ammette contraddizioni, dove esistano due verità, una delle due deve essere falsa ed è chiaro che nel "giudizio di Dio" è la divinità stessa a palesare la verità concedendo al vincitore la sua benevolenza, anzi, concedendo la sua benevolenza a colui che è nel giusto.
Qualcosa di più, ma anche in questa visione, "eco" di una luce più antica, il duello si pone come risoluzione di qualcosa che riguarda un affare tra uomini, dove la divinità si erge a giudice con il compito di redimere un torto o risolvere una controversia.
Nel antico mondo che diede origine alla cultura europea il duello così come la guerra era l'espressione del superamento del limite della mortalità per lanciarsi prometeicamente verso quella richiesta di eterno che solo giustifica la lotta.
Infatti, come si può non essere d'accordo con Evola, quando sul saggio "metafisica della Guerra" scrive:

-
Nella concezione dell'antico mondo Ario, ad esempio, la guerra è il simbolo, la continuazione sensibile di una lotta metafisica: è l'effetto di uno scontro fra le potenze celesti del Kosmos, della forma, della luce, e quelle del caos, della natura scatenata, della tenebra.
Così, per quanto concerne l'eroismo, ciò che veramente conta per l'uomo della Tradizione non è una generica capacità di lanciarsi nella lotta, di disprezzare il pericolo, di affrontare la morte, bensì il significato secondo cui tutto ciò viene sperimentato; e il combattimento riveste, per un tale uomo, valore e dignità di rito, di "via" che conduce, attraverso la vittoria e la gloria, al superamento della condizione umana e alla conquista dell'immortalità.


Sembra una concezione estrema dell'esistenza ed, in effetti, lo è.
Ma la sua tensione è rivolta verso l'opposto di ciò che si pensa, non è l'apologia fanatica della ricerca del martirio nel tentativo di compiacere qualcuno o qualcosa sia pure questo qualcuno o qualcosa la Divinità; no, assolutamente!
Il pensiero a Dio è il fuoco, è l'elemento immutabile in cui la mente fissa il suo punto di inamovibilità, unico immutabile nel regno del mutabile, stella polare che indica la direzione da prendere.
Inconciliabile, questo pensiero con l'idea di martirio che troppo spesso ammanta i fatti di cronaca del medio oriente…qui il premio è la vicinanza del Dio per cui si opera l'azione ed in cui si inserisce l'immorale visione soteriologia della salvezza che verrà e che sarà sempre "dopo" sarà sempre nel futuro, e che comunque segrega l'uomo e Dio in una diastasi incolmabile…
Dio è sempre altrove l'uomo dall'altra parte.
Nell'Europa delle origini, l'eroe colmava quella diastasi con azioni che riguardavano il raggiungimento del tutto personale della ricerca dell'immortalità, quasi come un'equazione matematica dove, il risolvere in modo preciso e secondo le regole dava il risultato unico ed il solo possibile dove anche il Dio, garante delle regole che lui stesso poneva, doveva necessariamente accettare.
Ci si rende conto che a parlare di ciò che un Dio deve o non deve fare, si rischia di scivolare nella banalità, ma i nostri antenati, con quella pragmaticità che li rese enormi e rese enorme l'Europa, pensavano che un Dio oltre che giusto e onnipotente doveva essere comprensibile dato che, a proposito di un Dio incomprensibile non si poteva appunto dir nulla e che nulla serviva tenerne conto.
Quindi un Dio che indica la direzione ed è faro d'azione:

- Dedicando a me tutta l'azione [dice il dio] con la mente fissa nello stato supremo dell'Io, lontano dall'idea di possesso, liberato dalla febbre mentale, combatti!
Mettendo al pari piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e sconfitta, armati per la battaglia.
In tal modo non vi sarà colpa nella tua azione".
(Bhagavad-gità)


La colpa!
La colpa è subire il fascino del mutevole e del cangiante.
La colpa è attribuire potere a ciò che potere non ha sottolineando la mai così vera massima che il potere di qualcuno o qualcosa risiede in chi gli lo concede.
Continuo con la Bhagavad-gità.
Il guerriero con cui il Dio stava parlando commette la colpa di attribuire potere ad un qualcosa che lo stava sviando.
Sentimenti come compassione, umanitarismo, degni di lode certo, ma di ostacolo, ora, al conseguimento della meta che la strada scelta comporta e che deve essere percorsa come Atanor, crogiuolo alchemico, dove il piombo si trasforma in oro mediante il violento e continuo pestare del mortaio della volontà.
Arjuna (questo è il nome del Guerriero in questione) viene dunque redarguito perché coinvolto nella spirale del mutevole che sempre si trasforma cercando di far breccia sulla volontà laddove essa è più propensa a farsi colpire quindi, la compassione e i sentimenti umanitari che trattengono il guerriero Arjùna dallo scendere in campo contro il nemico sono giudicati dal Dio:

"Vili, indegni d'un nobile e che precludono dal cielo". Il comando suona così:
"Ucciso avrai il paradiso,
Vincitore comanderai sulla terra.
Perciò levati deciso alla battaglia"
E si noti, che sempre di duello si tratta pur parlando di moltitudini!
Ariuna è di fronte ad una moltitudine, ma quella moltitudine è solo lo specchio di Arjuna, il suo sé stesso da superare per andare oltre.
Si continua superando il dialettico illusorio entrando nell'uno assoluto quando, nel libro, si erge potente la domanda su cosa significhi in realtà vita e morte.
In effetti, il Dio afferma che tutto ciò che doveva succedere è già successo ed illustra al guerriero la differenza su ciò che è assoluta spiritualità, e quindi incorruttibile ed indistruttibile e ciò che in quanto mortale e fisico possiede solo esistenza illusoria.
Di fronte alla grandezza di questa manifestazione dell'eterno, ogni forma condizionata appare come incompatibile negazione dell'affermazione divina, e quindi travolta dalla semplice presenza dell'assoluto:

-Nella proporzione in cui è in grado di operare nella purezza e assolutezza già indicate, il guerriero spezza le catene dell'umano, evoca il divino come forza metafisica, attira questa forza attiva su di sé, trovando in essa la sua illuminazione e liberazione. La corrispondente parola d'ordine di un altro testo - appartenente alla medesima tradizione - suona:
"La vita come un arco;
L'anima come una freccia;
Lo spirito assoluto come bersaglio da trapassare.
Unirsi con questo spirito, come la freccia scoccata si conficca nel suo bersaglio".
(Evola: Metafisica della guerra)



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